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ukase
Uzi e costumi liberali. Apparatchik live in Punkow.


Diario


30 giugno 2006

Li bozzi al Brasile

Si deve tifare per l'Inghilterra perché Cristiano Ronaldo è peggio di Beckham: non come calciatore, però. Come essere umano, bensì.

Si deve tifare per il Brasile unicamente perché, con quei tamburi, l'altra sera, in un locale bolognese, hanno devastato i miei coglioni e perché, in finale, je fa(re)mo li bozzi.




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30 giugno 2006

Tif(acci)o (e) del male

Si deve tifare per la Germania. Si deve essere contro la strafottenza dell'Argentina, contro lo spirito dei nostri tempi, contro il Sorin dai capelli lunghi. Mi piace la faccia di Klose.




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28 giugno 2006

A due amici, un (am)mòni(mén)to

Chi va col rincoglionista... Sarò (Lan)franco, con voi.




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28 giugno 2006

Con(tro) i diavoli

"Non ero un angelo ma dovevo combattere con i diavoli".

Luciano Moggi




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28 giugno 2006

Lavori, valori

http://libmagazine.eu/numeroV/cattocomunismo.htm




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26 giugno 2006

Ukase svergognato, non vergognoso

Si deve stare con l'ukasista Lippi, parmi ovvio. Qua, poi, è una vita che si prova a fare gli stronzi, con esiti soddisfacenti: siamo professionisti del ramo.




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25 giugno 2006

Influenza alle Urne

Non so il perché: mi sono fatto un po' pessimista. Forse il perché lo so, invece.




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25 giugno 2006

Le (mie) palle sono rotonde

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=B8DY4




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24 giugno 2006

Femministi e no

http://www.ilriformista.it/rubriche/documenti/testo.aspx?id_doc=67008




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23 giugno 2006

Ukase(mpre) meglio della merda

  21.06.2006
IL SAPORE DEL '68

Egregio Bonari, nel suo appassionato articolo, Lei mescola alcuni ingredienti velenosi ed al tossico intruglio che ne ricava, pretende di attribuire il sapore del sessantotto.
Intendiamoci: lungi da me criticare la veridicità dei suoi assunti. Tutto quasi sacrosantamente vero. Ma coinvolgere in quella che lei definisce con abile gioco “Le d(u)egenerazioni della sinistra”, un periodo storico che ha mutato profondamente - in meglio aggiungo io - il sentire individuale e sociale di tutto il mondo occidentale, mi sembra eccessivo.
Lei liquida il sessantotto nostrano come una espressione di potere da “lobby continua”, cui attribuisce addirittura una intenzione diabolica che l’avrebbe ispirata fin dal suo nascere: impossessarsi, per sedervi sopra, di quelle poltrone che qualche lustro prima avrebbe preteso di buttar giù dalle finestre e bruciare nei cortili del potere.
Non è così, mi creda.
Qualcuno di loro è lì perché era figlio dell’establishment cultural-politico del tempo, e, senza nulla togliere alla sua intelligenza, ci sarebbe arrivato comunque per diritto di nascita, anche se non avesse tirato due uova marce a Valle Giulia.
Altri sono lì perché erano i migliori, caro Bonari, fossero figli della borghesia o del proletariato, erano i migliori del loro tempo. Proprio come Lei e le altre giovani firme di questo magazine, oggi, - detto senza piaggeria - loro erano le intelligenze più vivaci e più sensibili, capaci di cogliere prima degli altri i tumultuosi cambiamenti di quegli anni. E sarebbero arrivati in ogni caso a sedersi su quelle poltrone, anche se il sessantotto fosse abortito alla nona settimana, in virtù di quel processo di selezione naturale che, quasi sempre, assegna la leadership ai migliori.
Lei sostiene che la sinistra l’hanno distrutta i “baby boomers”, cioè i nati dall’immediato dopoguerra fino ai primi anni cinquanta, una generazione di piccoli, pusillanimi arrivisti, delle autentiche merdacce in essere, soprattutto se confrontati con i loro eroici padri, che avevano imbracciato coraggiosamente le armi contro le dittature.
Se non altro per ragioni anagrafiche, rientro nella spregevole categoria dei baby boomers e ahimé, come se non bastasse, in quella della prima ora.
E mi creda, caro Bonari, ciò che Lei liquida in pochi slogan messi in bocca a quattro figli di papà viziati e vezzeggiati, è stato ben altro.
Come è ben altra la storia di quei padri eroici che avevano imbracciato i fucili contro le dittature.
Ciò che hanno fatto quei baby boomers, e non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale, da Berkley, a Parigi, a Francoforte, ha mutato profondamente coscienze individuali e rapporti sociali attribuendo libertà ed emancipazione a molti risvolti della umana vicenda, rimasti fino a quel momento segregati per decenni.
Tutto ciò che di meglio esiste oggi nella nostra comunità civile, nel mondo delle confessioni come in quello laico, è nato in quegli anni, sulla spinta emotiva che accomunava tutta la gioventù di quel tempo: rompere gli schemi rigidi di una famiglia chiusa, nucleo di una società fondata sull’autoritarismo.
Tutta la classe dirigente di oggi si è formata su quei principi. Di tutti gli altri, la classe dei diretti, per intenderci, alla quale appartiene anche il sottoscritto, molti hanno pagato di persona prezzi accettabili, alcuni hanno ecceduto ed hanno pagato prezzi più elevati.
Ma il fine, caro Bonari, lo Zeitgeist di quel momento storico, fu quello di cambiare il mondo per renderlo più giusto, non per impossessarsi delle poltrone.
E mi fermo qui, per evitare la retorica.
Nel frattempo, quei padri che – dopo aver dismesso la camicia nera - avevano imbracciato i fucili contro le dittature, attendevano il sol dell’avvenire e, dopo aver liquidato, qualche anno prima, Imre Nagy come un reazionario, ragionavano a voce bassa di Dubceck e Jan Palak, aspettando l’ultima edizione dell’Unità per sapere cosa dire sul socialismo reale e sulla sovranità limitata.
Come vede, caro Bonari, quando si pretende di definire un periodo storico, che è poi la somma di infiniti vissuti individuali, si dovrebbero evitare generalizzazioni.
Per dimostrarle la debolezza del metodo, ho tentato di renderLe qui anche la mia generalizzazione, per la quale potrei invocare maggior forza, se non altro per la sua maggiore attendibilità testimoniale. Ma non lo faccio, perché questo non darebbe maggior forza al metodo.
Dunque, caro Bonari, il sessantotto non è stato solo una “lobby continua” che dipingeva di giallo il suo poliziotto, la Resistenza ha formato coscienze a valori eccelsi, ma anche a qualche principio inconfessabile.
Mi creda. Se c’è una “d(u)egenerazione” della sinistra, bisogna cercarla da un’altra parte.
Evitando di gettare la croce sui padri, facendosi scudo dei nonni.
Cordialmente.

S.P.


RISPONDE PAOLO BONARI

Egregio lettore, La ringrazio per l’attenzione che ha dedicato al mio articolo. Mi permette – è una fortuna – di toccare altri punti, sollevare altri veli, non per approfondire, ma nel tentativo di riemergere, chiarire a me e a chi è interessato. Non Le credo, tuttavia: la degenerazione iniziò e contaminò la sinistra in quegli anni, ad opera di quella generazione. Tante sono le piaghe in cui non riusciamo più a mettere il coltello, da allora. E le brutte pieghe che presero certi discorsi politici che vollero riassumere, simboleggiare, esaurire l’ideale del progressismo. L’“intruglio tossico” non è opera mia, invece, così come gli “ingredienti velenosi”: attorno a me si respira bene, i gas lacrimogeni e le molotov riguardano quella storia, i passamontagna pure.
La critica che mi muove (che Lei muove a me, intendo) è singolare, mi pare: ciò che scrivo sarebbe vero, ma non troppo. Oppure troppo, tale da oscurare un mito che ancora ci fa comodo, ci fa vivere, sognare? La critica che mi muove (ch’io muovo al Sessantotto, adesso) mi porta a mettere in dubbio la positività, in senso assoluto, del mutamento che ha riguardato “il sentire individuale e sociale di tutto il mondo occidentale”.
Non nego l’esistenza dei vostri sogni, gli stessi di mio padre, che dovrebbe avere, più o meno, la Sua età: li rinnego, però. Non tutte le generazioni sognano gli stessi sogni: è giusto, sarebbe una follìa obbligarle alla tradizione della fantasia. Alla mia generazione, credo, spetta un compito ben diverso, che passa anche per la critica, da fare senza paura, della vostra azione e del vostro pensiero. Che il Sessantotto abbiano contribuito a crearlo alcuni che, secondo Lei, erano “i migliori del loro tempo” non lo metto in discussione: e con ciò? Tendo a considerare, con sempre maggiore convinzione, un meccanismo abusato quello dello squalificare le argomentazioni non condivise con l’anatema della “generalizzazione”. Perché non si può cogliere un processo storico nella sua generalità? Perché molti particolari andrebbero persi, mi diranno. E con ciò? Occorre ri-conoscere la diversità degli scopi dell’approfondimento: la storia dalla biografia, intanto. Perché non si può “generalizzare”? Mi sembra una tipica procedura di rimozione dei problemi, in uso e in auge nei periodi in cui, ancora, di certe questioni, rimane meglio non parlare. Come non è possibile assolvere o condannare – la storia non la scrivono i magistrati (anche se, in Italia, ad alcuni di loro piacerebbe) –, così non sarebbe corretto attribuire colpe o mèriti ai protagonisti di quegli anni, se non nella misura individuale delle storie private: ci serve uno sguardo più largo, non da cronaca, per formulare un giudizio. Se è quella la nostra intenzione, peraltro: cosa non certa, giacché, proprio a partire dal ’68, una pericolosa tendenza alla non-distinzione ha fatto molta strada.
Il problema sta nell’idea di libertà che, allora, fu innalzata sugli scudi: pensarono di trovarsi pienamente in una nuova Aufklarung, i più. Apprezzo le liberazioni avvenute, approfitto dei frutti di quelle lotte: per andare avanti, però, ci tocca distruggere alcuni di quei dogmi, inizialmente nati come spunti di libertà. Che l’attuale classe dirigente si sia formata su quei princìpi un po’ mi spaventa, a dirla tutta. E potrebbe dirla lunga su certe incapacità, vecchi tic, eterni vizi ideologici. Nel mio osceno realismo, continuo a pensare che il mondo si cambi anche – soprattutto, direbbe qualche svergognato – attraverso la sostituzione di coloro che occupano le poltrone: tutto sta nei valori che (sup)portano e che li hanno formati.
Uno dei campi in cui il mutamento è stato più evidente e più dannoso, a mio parere, è quello dell’educazione. Don Milani, a un ragazzo che imprecava contro la scuola, spiegò che era “sempre meglio della merda”. Da più parti, continuatori del mito del ’68, stanchi epìgoni e difensori di quell’ortodossia vorrebbero spingerci a credere che non sia più (così) vero. Di tutto ciò, però, dovremmo continuare a discutere. Da parte mia, c’è anche la volontà.
Cordialmente, La saluto.
http://libmagazine.eu/ciscrivono.htm




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