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Uzi e costumi liberali. Apparatchik live in Punkow.


Quel treno per Kolyma


19 luglio 2004

Buchamillerin

Stavo leggendo l'intervista del battitore a macchina Andrea Camilleri su "L'espresso". Pare vantarsi del fatto che lui non cambia mai. Non ho però capito questo passaggio:

"Se dieci editori ti rifiutano un libro, vuol dire che sei tu in errore, perché loro sono la maggioranza. Da vecchio comunista credo infatti nella democrazia."

Quindi aveva ragione la Dc? Ci sono frasi terribili, in quest'intervista:

"Ma abbiamo anche visto che il capitalismo non affranca dal bisogno. Il comunismo almeno ci ha provato."

Comunque la più terribile (e idiota) è questa:

"In Cina ci stanno riuscendo. Lenin diceva che il comunismo era un passaggio per arrivare a un sistema di vita migliore per tutti. Là sta andando così."

A quest'uomo è stato dedicato un volume nella collana I Meridiani, Mondadori. Quest'uomo ha ancora il coraggio di protestare contro Berlusconi. Io protesterò contro chi seleziona gli autori per I Meridiani.




permalink | inviato da il 19/7/2004 alle 20:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


6 aprile 2004

Uomini di merda

Il sorriso degli inguardabili

Battisti e Lollo mettono a dura prova perfino chi come noi crede nell'utilità storica e nella saggezza di un'amnistia generale per i delitti politici degli anni 70.

Lietta Tornabuoni e Nanni Balestrini li avevano definiti e promossi come «gli invisibili», come una generazione perduta per la quale intenerirsi e sulla quale riflettere con compunzione moralistica. In realtà sono «gli inguardabili». Cesare Battisti e Achille Lollo mettono a dura prova perfino chi come noi crede nell'utilità storica e nella saggezza di un provvedimento generale di amnistia per i delitti politici degli anni Settanta. Sono diversi da quello strenuo combattente che è Oreste Scalzone, affratellato a loro dalla lunga comunità di vita all'estero ma di ben altra tempra psicologica, di ben altro spessore umano.

Scalzone, che non ha ucciso nessuno, vive da vent'anni nell'ascetismo e nel bisogno di riconciliazione, cioè in una posizione insieme umile e orgogliosa, la sua vita di rifugiato politico. Quegli altri due no. Battisti e Lollo, una volta disturbati dalla giustizia internazionale, dicono: avevamo vent'anni, ora ne abbiamo 50, lasciateci in pace. Poi aggiungono: siamo gente perbene e di successo, viviamo all'estero (Francia e Brasile) rispettati e riveriti, siamo di sinistra, lavoriamo nell'establishment di Gallimard o nel partito di Lula, frequentiamo tranquillamente i consolati, siamo protetti da buoni avvocati e da buone leggi antiestradizione, siamo orgogliosi del nostro passato di militanti politici di sinistra, e dunque smettetela di impicciarvi di noi, lasciateci alla nostra visibilità, alla nostra nuova e buona vita, alla nostra catarsi letteraria.

A me non piace rivedere in tv il povero figlio del gioielliere Torregiani sulla sedia a rotelle da oltre vent'anni per aver preso un colpo nella schiena dalla banda armata di Battisti o da lui in persona (secondo le sentenze), tendo a voltare lo sguardo dall'altra parte per il dolore che provo per lui e per il raddoppio di quel dolore, la sensazione che a quell'orfano ferito per sempre nessuno spirito di vendetta restituirà felicità, ma che dico, un minimo di benessere. Quattro anni fa il mio quotidiano pubblicò una sterminata inchiesta di Marina Valensise sull'antifascismo «militante» degli anni Settanta, sulle vergogne paraterroristiche della violenza di sinistra in quegli anni e sulla loro immonda giustificazione ideologica (che in altre forme persisteva nel tempo): c'era anche il caso della famiglia Mattei, una parte della quale fu bruciata viva con una tanica di benzina rovesciata alla porta del suo misero appartamento nella periferia romana, e mi faceva soffrire leggere quel che avevo commissionato, la storia tra gli altri di Achille Lollo.

Ciò che davvero allontana lo sguardo è la postura a cinquant'anni di questi assassini a vent'anni. Quel che disgusta è il banale charme di chi sente di essersela cavata e sputa in faccia alla giustizia, non del suo paese (che sarebbe ancora poco), ma della comune radice umana. La loro consapevolezza di sé è ancora peggiore dei loro delitti, che certo furono parte di una storia più grande di loro, furono compiuti in un clima di afasia morale e di complicità tipico di molti rispettati elementi della classe dirigente che nel frattempo, in specie se in ruoli intellettuali, hanno continuato a pontificare.
Delitti che dovremmo imparare a guardare non più nei termini di una contabilità personale e penale, ma come tragedie di una follia sociale e ideologica diffusa, di un paese in cui quelle uccisioni erano rivendicate nei cortei, gridate come prova di giustizia nelle aule dell'università e su giornali oggi ripuliti e insospettabili, in un paese che ha sempre fatto della «difesa militante della democrazia» un pretesto violento e brutale per esprimere il peggio della personalità totalitaria, l'uomo idealista e sognante che in nome dei propri sogni si arma, entra in clandestinità, si fa demone terrorista e commina pene di morte o processi nei tribunali del popolo.

Come si fa a guardare in faccia il problema storico dell'amnistia se chi lo rappresenta diventa inguardabile? Si può aver ucciso ed essere in grado di chiedere e ottenere il perdono. Si può fare qualcosa per la salute della Repubblica anche organizzando l'oblio istituzionale su una parte del suo passato, è successo, è sempre successo in ogni paese d'Europa, è un bisogno politico connaturato nel passare del tempo allo spirito della nostra civiltà giuridica, che prevede la clemenza e sa contare gli anni, rivedere i fatti, tenere conto delle conseguenze di un diritto muto al perdono e pietrificato nell'idea di vendetta, e su questo Luciano Violante temo che sbagli. Si parla tanto della lezione spagnola, e la lezione spagnola è tutta qui: le guerre civili devono a un certo punto terminare, e l'unico vero modo per farle finire è che i vincitori sappiano fino in fondo fare uso della loro forza, anche la forza della riconciliazione.

Ma tutto è più difficile quando i Battisti e i Lollo si fanno rivedere nel circuito delle loro solidarietà castali, della loro prosperosa incoscienza, dell'arroganza borghese dei ragazzi viziati che hanno impedito ad altri ragazzi di vivere la loro vita, ammazzandoli, ma si sono poi battuti e si battono per fare della propria vita un piccolo capolavoro di elusione e di autogiustificazione. Si fanno rivedere sorridenti, con moglie e figli e professione sulla targhetta della porta, e allora diventano inguardabili.

Giuliano Ferrara
Panorama 15/3/2004




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21 febbraio 2004

Intellettuali offronsi

Alberto Rosa se n'è ghiuto e suli ci ha lasciati. Ah, dimenticavo: Asor lo ha seguito passo passo. Stai a vedere che rimaniamo senza intellettuali. Mica male: soltanto rivoluzionari di professione, post-operai e post-contadini. Insomma, tutti i salvatorebuglisti d'Italia. Compagni, avanti! Il gran Partito noi siamo dei lavorator.




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17 febbraio 2004

Ukase contro i poteri forti

Leggiamola tutta. Ecco l'intervista di cui parlavo ieri. Stiamo con Pinuccio, da sinistra. Soltanto una domanda: chi è l'intervistatore? C'è o ci fa?

L’elenco di Pinuccio: Corte Costituzionale, Csm, Bankitalia, servizi, Opus Dei, editori, industriali e, su tutti, Cuccia

Quando Tatarella se la prendeva coi “poteri forti”


La Stampa, mercoledì 10 agosto 1994

Ministro Tatarella, il governo ha dovuto fare dietrofront anche sugli spot. Un’altra sconfitta per Berlusconi?


“Macché sconfitta, non diciamo sciocchezze. È un adeguamento alla democrazia in diretta”.


Che fa, parla anche lei il linguaggio televisivo?


“Le spiego. Democrazia in diretta è quello che sta succedendo da quando abbiamo formato il nuovo governo. In questi cento giorni abbiamo avuto casi enormi di democrazia in diretta: il decreto Rai che si cambia in corso d’opera, il decreto Biondi che diventa un disegno di legge dopo le proteste della gente e, ultimo, la vicenda degli spot: si fanno, qualcuno si oppone, alcuni vengono ritirati, altri rimangono. Questo è il governo della visibilità, della trasparenza. Sapesse quanti dovrebbero imparare da noi…”.


Chi, per esempio?


“I poteri forti”.


Si spieghi meglio.


“Senta, essendo un uomo nato nell’opposizione, è esattamente dal primo giorno, mentre iniziava la trattativa per il governo, che penso che oltre all’istituto-governo c’è l’istituto-extra governo, la vera “ombra”, quelli che io chiamo i poteri forti del regime parlamentare proporzionalistico”.


I poteri forti della Prima Repubblica?


“Esatto. Io pensavo che bisogna passare dai poteri forti della Prima Repubblica, che erano tutti invisibili, ai contropoteri forti visibili di un regime presidenziale all’americana”.


Ma questo incubo dei poteri forti non è mitologia?


“No, esistono, io li conosco bene”.


Scusi ministro, li può enumerare?

“Certo. I poteri forti sono: la Corte Costituzionale, il Csm, Mediobanca, i servizi segreti, la Massoneria, l’Opus Dei, Bankitalia, i gruppi editoriali con le loro imprese, la grande industria privata”.

 

E qual è il tratto che li unisce?


“La cooptazione. Un potere è davvero forte se riesce a cooptare un altro potere, un altro dirigente, un altro schema, un altro gruppo. Assieme si fa cordata, capisce?”.

 

Cordata per fare che cosa?

 

“Non solo per influenzare lo Stato, ma per diventare lo Stato. Ecco perché bisogna rendere visibili questi poteri e fissare le regole per tutti”.

 

Insomma lei ammette i poteri forti, ma chiede che diventino anche visibili. È così?


“Esatto, visibili e trasparenti”.


Nel senso che non facciano più interdizioni sott’acqua, o sottotraccia, come scrive “il Giornale”?


“È così. Pensi a Mediobanca. A Mediobanca c’è Cuccia, il personaggio che ammiro di più nel mistero della Prima Repubblica. Nella Seconda Repubblica, basata invece sulla visibilità, Cuccia a mio parere dovrebbe essere il più visibile possibile”.


Abbia pazienza, ministro. Che cosa c’è di tanto invisibile in Cuccia?


“E me lo domanda? Mio Dio! Già il fatto che è l’uomo meno fotografato d’Italia significa che è il più invisibile di tutti… Se chiediamo a un cittadino medio chi è Cuccia, vedrà, nessuno lo conosce. Il potere è visibile quando uno lo “sente”: Scalfaro è visibile perché uno lo sente, Montanelli è visibile perché uno lo sente, Cuccia non è visibile. E allora basta. In una nuova Repubblica, anche il capo di Mediobanca deve diventare visibile”.


Ma allora, che cosa chiede a Cuccia?


“Ho detto qualche mese fa che un personaggio come lui non può attraversare indenne questo cambiamento di regime”.


Senta, lei mi sembra ossessionato dalla mitologia dell’opposizione. Davvero fanno così paura i poteri forti?

 

“Io sono convinto che lo sbaglio di Mediobanca sia quello di opporsi al nuovo. Basta fare un esempio: gli incontri di Cuccia con gli esponenti del vecchio regime alla vigilia del voto. Secondo esempio: il tentativo di dar vita al terzo polo televisivo. Vuole un terzo esempio? Mediobanca a volte anche quando non c’entra viene citata. Questo significa che un suo ruolo ce l’ha sempre. Si è detto che Mediobanca, insieme con la Banca d’Italia, ha favorito il viaggio di Occhetto nella City a Londra quando l’ex leader del Pds aveva bisogno di una legittimazione in Europa per meritarsi Palazzo Chigi. Io dico questo: se Cuccia ha un’idea la deve formalizzare all’interno dei suoi organismi e renderla pubblica”.

 

Se ho capito bene lei chiede ai poteri forti: diteci da che parte state. È così?


“Sì, quando uno che rappresenta i poteri forti ha un parere, questo parere deve essere conosciuto. Questo è l’adeguamento alla democrazia in diretta di cui parlavo prima. Faccio un altro esempio: si parla della Banca d’Italia. Bene: la Banca d’Italia è un ente autonomo. Benissimo. Ma io voglio sapere la differenza fra il vecchio governatore Baffi, poi divenuto presidente onorario, che andava alla Banca d’Italia, studiava, leggeva giornali, e il nuovo presidente onorario, Ciampi, che all’interno di Bankitalia sul piano politico viene classificato come un sostenitore della tesi A contro la tesi B. Ebbene può un presidente onorario in un regime di poteri visibili e notificati, avere il ruolo che ha oggi Ciampi, il cittadino Ciampi come amava autodefinirsi in Parlamento? Che significa essere presidente onorario oggi nella Banca d’Italia? Che ruolo deve avere? Quello di essere come un semplice cittadino che per dignità e prestigio ha una sedia e un telefono, oppure uno che attraverso la Banca d’Italia può avere ancora un ruolo decisivo nella strategia delle alleanze?”.


In questi cento giorni come si sono comportati i poteri forti rispetto al governo?

 

“Io li ho sentiti ostili. E le spiego perché. Perché questi poteri hanno sempre strumentalizzato e utilizzato la sinistra”.


In che modo?

 

“Con la lusinga. La storia della Fiat, per esempio, è una storia di lusinga a sinistra. Salvemini polemizzò con il partito socialista e ne uscì per il cedimento dei socialisti alla politica industriale. È un vizio antico, questo. La destra invece è nata come governo, anzi come buongoverno. La destra è stata sempre il governo delle regole”.

 

Lei dimentica Mussolini. Anche lui era un difensore delle regole?

 

“E che c’entra Mussolini con la destra politica parlamentare?”.

 

Mussolini è la destra al cubo, se mi permette…


“No, lei si sbaglia. Mussolini non è stato né di destra né di sinistra… Comunque, mettiamo pure Mussolini tra parentesi. Io le sto dicendo un’altra cosa: per i poteri forti è meglio avere la sinistra al governo piuttosto della destra. Perché alla sinistra concedono quattro parole, si dichiarano progressisti, si cospargono di illuminismo, citano Bobbio, partecipano a qualche dibattito altamente filosofico e la sinistra cade, cade sempre nel tranello”.

 

Insomma: più che di poteri forti si dovrebbe parlare di governi deboli?


“No, questi poteri sono forti perché i governi sono deboli. Noi invece vogliamo essere un governo forte e autonomo e vogliamo – anziché essere lusingati e cooptati – avviare insieme con i poteri reali e notificati una politica per l’azienda Italia”.

 

E finora non è stato così?


“Guardi, le faccio un altro esempio. I poteri forti in Europa comandano. Comanda la Fiat di Agnelli e Romiti, comanda l’Olivetti di De Benedetti, ogni tanto ha comandato Pirelli, però non c’è mai stata intesa fra questi gruppi e la politica di governo in Italia. Vede, quando sono andato a Bruxelles ho provato la sensazione di un isolamento psicologico. Entro nei particolari. Per la commissione Bangeman erano stati prescelti due personaggi notevoli della vita economica italiana: Prodi e De Benedetti. Io mi sono informato: Prodi e De Benedetti non hanno avuto alcun rapporto con il governo italiano. Decidevano da soli: macché governo, bastavano loro…”.


Questi poteri forti come guardano a Berlusconi?


“Lo snobbano. Perché Berlusconi non è un personaggio nato nel loro regime di cooptazione. È il vero fenomeno anomalo. Berlusconi è nato da solo. E le grandi chiese non ammettono mai il pastore evangelico che produce fedeli per conto proprio. Vede, secondo me loro vedono il governo Berlusconi come una nube che è passata sul loro cielo e non sanno se dopo questa nube ci sarà il sereno per tutti o si tornerà al vecchio regime, quello dei “professionisti””.

Perché, vi sentite dilettanti?


“Ci trattano così. La politica è un rischio, una scelta. Noi scegliamo e rischiamo, gli altri stanno a guardare. Ma lei sa quante volte questi poteri forti hanno sbagliato sulla lira, sui venerdì neri della Repubblica, sulle scelte industriali? La loro faciloneria del giudizio è tipica della cooptazione. Perché quando non possono raggiungere un obiettivo con la lusinga, danno pareri ex cathedra”.


Ma allora, dove sta lo scettro democratico? Sembra non siate sicuri di possederlo…

 

“Lo scettro ce l’hanno i cittadini. E con il voto l’hanno affidato a questo governo. I poteri forti non sono stati scelti dai cittadini: ma erano abituati a tenere lo scettro nelle loro casseforti. Oggi lo abbiamo noi e non abbiamo nessuna intenzione di cederlo”.


Ancora una cosa: voi siete sotto tiro da parte della stampa internazionale. Anche qui, è colpa di poteri invisibili?


“C’è tutta una cultura che unisce questi giudizi e questi collegamenti fra l’Italia e il mondo giornalistico estero a tutte le privatizzazioni, al quadro che si vuol fare dell’Italia: per destabilizzarla al fine di impossessarsi di parecchi gioielli della nostra economia”.


Lei crede davvero sia possibile questo quadro?


“Nulla avviene per caso. Io credo a un gruppo di pochi che cerca di determinare la vita di molti. Questa è storia”.


Davvero lei crede all’oligarchia nel 1994?


“E come no. L’oligarchia ha sempre cercato di comandare sulla democrazia diretta, sui cittadini. Solo che noi non ci stiamo”.


Ministro, non sarà che lei sta per caso cadendo nell’abusata tesi fascista della congiura demo-pluto-giudaico-massonica?


“No, stia tranquillo. Io vedo la lusinga, non la congiura. Non il complotto, ma il condizionamento, che è anche peggio”.


Quindi qual è il messaggio che invia ai poteri forti?


“Questo: patti chiari, amicizia lunga. E basta con le lusinghe. Si mettano in testa che vogliamo comandare noi”.


Dario Cresto-Dina




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11 febbraio 2004

Se ne sono ghiuti

Antonello Falomi e Tana de Zulueta se ne sono ghiuti e suli ci hanno lasciati. Tana chi? Donna nana? No, altissima. Falomi chi è? Il marito di Giulia Rodano.




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7 febbraio 2004

Il lupo in Bocca

Continuo a leggere "l'Espresso". Colloquio con Giorgio Bocca di Enrico Arosio. Bocca non si intervista, con lui si colloquia. Illy, otto pagine prima, lo si intervistava. Sentiamo un po' Bocca.


I fascisti sono una razza misteriosa. Li scopri d'improvviso tra chi non sospettavi.


Proprio vero, sono insidiosissimi. Possono annidarsi persino dieci pagine esatte prima di questo colloquio. Chissà Bocca che faccia ha fatto quando ha visto il settimanale stampato. Ogni settimana, sfogliando "l'Espresso", non riesce a capacitarsi di come un esemplare di questa razza misteriosa riesca a far apparire regolarmente il suo Bestiario, nascosto ora qua ora là.


Metà dei Ds sono prontissimi ad andare con Berlusconi.


Più di metà, un po' di più. Mozione Fassino più mozione Morando: sessantasei per cento. I due terzi dei Ds sono prontissimi ad andare con Berlusconi.


Paolo Mieli, quando era direttore della "Stampa", mi faceva intervistare di continuo; adesso deve aver dato ordine di farmi scomparire.


L'intervistatore (anzi, il colloquiatore), Enrico Arosio, si permette di precisare: Mieli non dirige il "Corriere".


Ah, ah, ah, è il capobanda. Un bel frondista, anche lui.


La risata di quest'uomo mi inquieta.


Anche i Ds hanno cercato di costruirsi un patrimonio parallelo. Questo Claudio Velardi ora fa il brasseur d'affaires dei capitalisti italiani, D'Alema è un altro personaggio...


Spenderei un po' di quel patrimonio parallelo pur di sapere cosa avrebbe detto su D'Alema dopo i puntini.


C'era anche Cofferati, l'unico che parla in modo chiaro e certo non si fa comprare.


Certo.


Fa sempre piacere leggere le riflessioni pacate e serene di un grande giornalista che invecchia senza rancori personali. La serenità della saggezza.




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7 febbraio 2004

Migliori e miglioristi

Fantatelefonata a Nicola Tranfaglia nell'ultimo numero de "L'espresso":

 

D - Caro professor Nicola Tranfaglia, illustre cattedratico, storico insigne, sono sempre i migliori che se ne vanno.

R - E restano i miglioristi. Questo purtroppo è il problema dei Ds, fin dai tempi del Pci.

 

Già. Migliore era uno soltanto, dei migliori non sappiamo che farcene. Quella è la porta.




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6 febbraio 2004

Il portafoglio debole

Vattimo se n'è ghiuto e suli ci ha lasciati. Ahi, che pena. Ohi, che dolor. Fosse per lui, gireremmo ancora con le pezze al culo. Taccagno.




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5 febbraio 2004

Idioti patafisici

Dopo aver letto l'intervista di Franco Cordelli su Sette sono pronto a tutto. Mai lette in così poche righe tante cazzate. Lo so io cosa ci vorrebbe ai Cordelli d'Italia. Intanto: disobbedienza! Smetterò di leggere i suoi articoli.




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2 febbraio 2004

Mussi è del Partito

Fabio Mussi si è risparmiato un viaggetto nella casa-vacanze di Kolyma. Ha affermato che voterà Ds, e non la lista di Occhetto e Di Pietro, perché è pur sempre un iscritto a questo partito. Un bel passo in avanti. Chissà Berlusconi cosa voterà. Secondo me vota Di Pietro.




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