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Diario


6 aprile 2004

Uomini di merda

Il sorriso degli inguardabili

Battisti e Lollo mettono a dura prova perfino chi come noi crede nell'utilità storica e nella saggezza di un'amnistia generale per i delitti politici degli anni 70.

Lietta Tornabuoni e Nanni Balestrini li avevano definiti e promossi come «gli invisibili», come una generazione perduta per la quale intenerirsi e sulla quale riflettere con compunzione moralistica. In realtà sono «gli inguardabili». Cesare Battisti e Achille Lollo mettono a dura prova perfino chi come noi crede nell'utilità storica e nella saggezza di un provvedimento generale di amnistia per i delitti politici degli anni Settanta. Sono diversi da quello strenuo combattente che è Oreste Scalzone, affratellato a loro dalla lunga comunità di vita all'estero ma di ben altra tempra psicologica, di ben altro spessore umano.

Scalzone, che non ha ucciso nessuno, vive da vent'anni nell'ascetismo e nel bisogno di riconciliazione, cioè in una posizione insieme umile e orgogliosa, la sua vita di rifugiato politico. Quegli altri due no. Battisti e Lollo, una volta disturbati dalla giustizia internazionale, dicono: avevamo vent'anni, ora ne abbiamo 50, lasciateci in pace. Poi aggiungono: siamo gente perbene e di successo, viviamo all'estero (Francia e Brasile) rispettati e riveriti, siamo di sinistra, lavoriamo nell'establishment di Gallimard o nel partito di Lula, frequentiamo tranquillamente i consolati, siamo protetti da buoni avvocati e da buone leggi antiestradizione, siamo orgogliosi del nostro passato di militanti politici di sinistra, e dunque smettetela di impicciarvi di noi, lasciateci alla nostra visibilità, alla nostra nuova e buona vita, alla nostra catarsi letteraria.

A me non piace rivedere in tv il povero figlio del gioielliere Torregiani sulla sedia a rotelle da oltre vent'anni per aver preso un colpo nella schiena dalla banda armata di Battisti o da lui in persona (secondo le sentenze), tendo a voltare lo sguardo dall'altra parte per il dolore che provo per lui e per il raddoppio di quel dolore, la sensazione che a quell'orfano ferito per sempre nessuno spirito di vendetta restituirà felicità, ma che dico, un minimo di benessere. Quattro anni fa il mio quotidiano pubblicò una sterminata inchiesta di Marina Valensise sull'antifascismo «militante» degli anni Settanta, sulle vergogne paraterroristiche della violenza di sinistra in quegli anni e sulla loro immonda giustificazione ideologica (che in altre forme persisteva nel tempo): c'era anche il caso della famiglia Mattei, una parte della quale fu bruciata viva con una tanica di benzina rovesciata alla porta del suo misero appartamento nella periferia romana, e mi faceva soffrire leggere quel che avevo commissionato, la storia tra gli altri di Achille Lollo.

Ciò che davvero allontana lo sguardo è la postura a cinquant'anni di questi assassini a vent'anni. Quel che disgusta è il banale charme di chi sente di essersela cavata e sputa in faccia alla giustizia, non del suo paese (che sarebbe ancora poco), ma della comune radice umana. La loro consapevolezza di sé è ancora peggiore dei loro delitti, che certo furono parte di una storia più grande di loro, furono compiuti in un clima di afasia morale e di complicità tipico di molti rispettati elementi della classe dirigente che nel frattempo, in specie se in ruoli intellettuali, hanno continuato a pontificare.
Delitti che dovremmo imparare a guardare non più nei termini di una contabilità personale e penale, ma come tragedie di una follia sociale e ideologica diffusa, di un paese in cui quelle uccisioni erano rivendicate nei cortei, gridate come prova di giustizia nelle aule dell'università e su giornali oggi ripuliti e insospettabili, in un paese che ha sempre fatto della «difesa militante della democrazia» un pretesto violento e brutale per esprimere il peggio della personalità totalitaria, l'uomo idealista e sognante che in nome dei propri sogni si arma, entra in clandestinità, si fa demone terrorista e commina pene di morte o processi nei tribunali del popolo.

Come si fa a guardare in faccia il problema storico dell'amnistia se chi lo rappresenta diventa inguardabile? Si può aver ucciso ed essere in grado di chiedere e ottenere il perdono. Si può fare qualcosa per la salute della Repubblica anche organizzando l'oblio istituzionale su una parte del suo passato, è successo, è sempre successo in ogni paese d'Europa, è un bisogno politico connaturato nel passare del tempo allo spirito della nostra civiltà giuridica, che prevede la clemenza e sa contare gli anni, rivedere i fatti, tenere conto delle conseguenze di un diritto muto al perdono e pietrificato nell'idea di vendetta, e su questo Luciano Violante temo che sbagli. Si parla tanto della lezione spagnola, e la lezione spagnola è tutta qui: le guerre civili devono a un certo punto terminare, e l'unico vero modo per farle finire è che i vincitori sappiano fino in fondo fare uso della loro forza, anche la forza della riconciliazione.

Ma tutto è più difficile quando i Battisti e i Lollo si fanno rivedere nel circuito delle loro solidarietà castali, della loro prosperosa incoscienza, dell'arroganza borghese dei ragazzi viziati che hanno impedito ad altri ragazzi di vivere la loro vita, ammazzandoli, ma si sono poi battuti e si battono per fare della propria vita un piccolo capolavoro di elusione e di autogiustificazione. Si fanno rivedere sorridenti, con moglie e figli e professione sulla targhetta della porta, e allora diventano inguardabili.

Giuliano Ferrara
Panorama 15/3/2004




permalink | inviato da il 6/4/2004 alle 10:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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